Banca Etruria, un intero borgo a rischio: «A Pizzoli sono svaporati dieci milioni di euro»

In un piccolo centro in provincia de L’Aquila un paesano su quattro è stato coinvolto nel pasticciaccio delle azioni e delle obbligazioni subordinate. Ora il “Comitato Difesa Risparmiatori” lancia la sfida: «Niente elemosine, vogliamo indietro tutto»
L’ESPRESSO    – Maurizio Di Fazio 15 dicembre 2015
banca marche

“In un piccolo centro come il nostro la Banca Etruria, la ‘banca del paese’, era considerata un luogo amico, quasi un’istituzione; e gli stessi dipendenti che ci lavoravano da anni, a volte da decenni, erano diventati per i nostri cittadini un punto di riferimento assoluto. Nessuno poteva immaginarlo questo triste finale” ci racconta il sindaco di Pizzoli Gianni Anastasio. Pizzoli è una cittadina in provincia dell’Aquila a 740 metri sopra il livello del mare e con poco più di quattromila abitanti, mille dei quali coinvolti nel pasticciaccio delle azioni e delle obbligazioni subordinate andate in fumo, risucchiate nel gorgo della”vecchia” banca Etruria. Un paesano su quattro.

“Nonostante il terremoto del 2009, la nostra economia aveva continuato a girare. Banca Etruria era un po’ il nostro tessuto connettivo, il nostro quartier generale. Ora non resta che fare la conta dei sommersi”.

Per una piccola comunità come questa, il trauma è stato incalcolabile: “Sono svaporati dieci milioni di euro in azioni e obbligazioni subordinate, solo a Pizzoli – continua il sindaco -. Chi voleva comprarsi una casa, chi voleva aprire un’attività. E non mi risultano speculazioni. Conosco cittadini che ne avevano sottoscritte per 250 mila euro; qualcuno si era spinto a trecentomila; alcuni imprenditori locali a capo di aziende redditizie, sedotti dal 3.5 per cento di interesse e su consiglio esplicito della banca, hanno perso di botto 6-700 mila euro. Soldi che erano stati magari accantonati per il Tfr delle maestranze. Nessuno di loro era cosciente del fatto che se Banca Etruria fosse fallita i risparmi sarebbero diventati carta straccia”.

Pizzoli. Abruzzo interno. Un intero borgo rischia il fallimento perché ha creduto e “investito” in massa nei prodotti finanziari a rischio della (sua) Banca Etruria. Nella “bad bank” affogano tanti buoni, e spesso i cattivi lo sono per caso: pensionati che hanno immolato sull’altare della finanza dal volto di famiglia i propri modesti, o ingenti, risparmi; giovani coppie che rischiano di dire addio per sempre alla festa di nozze o alle rate del mutuo. L’imprenditore edile che ha perso 250 mila euro “messi da parte per il futuro dei miei figli e nipoti, e per una vecchiaia serena”. La pensionata che ha profuso tutta la sua liquidazione in obbligazioni “non sapendo che fossero rischiose. I bancari di Etruria m’avevano convinta: ‘è una cosa fattibile, su misura per te’. Ci ho rimesso 65 mila euro”. L’uomo di mezza età a cui è rimasta “solo la carta per andare al bagno”: i suoi 35 mila euro sono spariti con la morte della classica Banca Etruria e la nascita della Nuova Banca Etruria. L’ex operaia “arrabbiata e mortificata. Io mi fidavo della banca. E loro mi rassicuravano sempre, ‘stia tranquilla,sono guadagni sicuri’. Talmente sicuri che non ho più 35 mila euro”. L’ottantenne disperato che in obbligazioni subordinate aveva convertito le previdenze, le rinunce di una vita: “Ho 87 anni, e ora mi tocca andare avanti con 480 euro di pensione. Non dormo più”. La signora che ha gettato inconsapevolmente alle ortiche il suo Tfr ottenuto dopo 42 anni di lavoro; quella privata dei suoi 50 mila euro, “con una pensione di 240 euro”; e c’è Domenico Ioannucci, portavoce di quel “Comitato Difesa Risparmiatori Banca Etruria di Pizzoli” che ha lanciato pubblicamente la sfida: “Dobbiamo muoverci prima che sia troppo tardi, e cioè prima che il decreto sia convertito in legge. Fino a qualche mese fa si percepiva da parte dei dirigenti della banca l’invito a continuare a investire, a prescindere dal profilo di rischio personale di ciascuno di noi. Anche investimenti in azioni liquide e obbligazioni subordinate, ci sono stati presentati come un’alternativa valida al mattone o alla semplice giacenza nel conto corrente”.

Sono 1500 gli iscritti al comitato: lievitano di ora in ora. Ne fanno parte anche obbligazionisti e azionisti di Amatrice, Antrodoco e Roma. Rivogliono indietro il cento per cento dei loro versamenti bancari svaniti: “Niente elemosine dal governo”. Domenica il comitato ha protestato davanti ai cancelli della Leopolda: “Abbiamo capito una cosa: il governo, secondo noi, ha già deciso, e l’unico intervento che farà sarà quello di prelevare questi 120 milioni dal fondo di solidarietà per poi aprire una sorta di concordato con i sottoscrittori delle obbligazioni subordinate – ci dice ancora il primo cittadino di Pizzoli, andato anche lui a Firenze -. Non intendono restituirci più del trenta per cento”.

I clienti dell’Etruria che si sentono truffati chiederanno i danni con singole cause civili. Nessuna class-action all’orizzonte. Si valuta inoltre la possibilità di una procedura penale, con annessa richiesta di sequestro cautelare preventivo per “mala gestio”. Anima legale del “Comitato Difesa Risparmiatori Banca Etruria di Pizzoli” è Vanna Pizzi, consulente di Federconsumatori, alle spalle esperienze nel crac Parmalat e nei bond argentini per dirne due: “Molti risparmiatori sono finiti in mezzo a una strada, e il governo ha messo sul piatto una cifra insufficiente – spiega all’Espresso Vanna Pizzi -. Tra gli obblighi di una banca ci sarebbe quello di assicurarsi che il risparmiatore che si accinge a sottoscrivere obbligazioni subordinate possegga un determinato profilo di rischio, e sia perfettamente consapevole di quanto sta firmando. Qui a volte mancava la specifica stessa del titolo subordinato”.

L’avvocatessa romana prospetta anche una soluzione alternativa, l’offerta pubblica di scambio, cioè uno scambio delle vecchie con nuove obbligazioni: “Nel decreto del governo potrebbe essere posto un vincolo che faccia in modo che la nuova good bank emetta nuove obbligazioni dello stesso valore di quelle vanificatesi in precedenza. Per risarcire i risparmiatori  con strumenti potenzialmente più in salute dei loro diretti antenati: oltre alla restituzione del loro valore originario, potrebbero essere pagate così anche le cedole. E chi volesse potrebbe liberarsene subito, o venderle nel mercato secondario”. Un modo poi questo “per frenare la corsa al ritiro dei risparmi” e scansare il problema “aiuto di Stato”: “sarebbero le stesse banche, sorte sulle proprie ceneri, a restituire il dovuto ai risparmiatori”.

A Pizzoli, in montagna, tutta una piccola città spera. Anche per tornare a guardare serenamente negli occhi, senza retropensieri, al bar, in piazza, quei dipendenti della “banca di bandiera” che per loro erano come vecchi amici esperti di finanza