EQUIZIO ABATE

PERSONAGGI ILLUSTRI IN TERRA D’ABRUZZO
di Carlo Maria d’Este (Centro reg.le Beni Culturali)  EQUIZIO AMITERNINO (480 ? – 560 ?)

41601santoequizioSanto “Vir sanctissimus, multorum monasteriorum pater“‘ (san Gregorio Magno)
L’abate Equizio Amiternino è riconosciuto come il fondatore del monachesimo occidentale e la sua opera di evangelizzazione della provincia “Valeria” si riscontra ancora oggi nelle tante testimonianze che i suoi seguaci hanno lasciato.
La principale fonte di cui si dispone per la conoscenza della vita di Equizio è l’opera di Gregorio Magno, papa Gregorio I, “Dialoghi”, in 4 libri: il primo e il terzo su santi italiani a lui coevi, il secondo monografico su san Benedetto da Norcia e il quarto riguarda in particolare il destino dell’anima dopo la morte e narra di alcune profezie. Equizio nacque probabilmente nell’antica Amiternum, città romana da secoli scomparsa, e visse tra la fine del V secolo ed i primi decenni del VI secolo, nella provincia “Valeria”, territorio attualmente compreso tra le province di L’Aquila e di Rieti. Infatti nei suoi Dialoghi Gregorio Magno narra di due eventi avvenuti nel periodo compreso tra il 500 e il 570 in territorio amiternino relativi al monaco Equizio, che fungono da coordinate storiche. Uno di essi è il racconto dello smascheramento del falso monaco Basilio, il quale da Roma, ove era perseguitato perché mago, si rifugiò presso il monastero di Equizio, raccomandato all’abate da Castorio vescovo di Amiternum. Equizio lo riconobbe per ciò che era e lo allontanò dal suo monastero. Alcuni documenti fanno risalire tale evento al 510, per cui si deduce che Equizio fosse già conosciuto in quel momento. L’altra data facilmente determinabile è quella del 568-570, periodo in cui i Longobardi invasero Amiternum. Gregorio scrive che durante tale invasione i monaci andavano a pregare sulla tomba dell’abate Equizio, dunque si suppone che questo fosse morto da poco. I due fatti sono di tale natura che già denunciano la santità di Equizio, una personalità di spiccatissima santità, vir sanctissimus, come lo definisce Gregorio, il che lascia supporre che fin dagli anni della fioritura del grande papa, il culto di Equizio dovette essere diffuso nella provincia Valeria. Tenendo presenti i riferimenti storici certi che vengono narrati nei Dialoghi di Gregorio Magno, possiamo situare la vita del Santo, dunque, tra il 480 e il 570 durante il pontificato di Simplicio I (468-483) e Virgilio (537-555); sotto gli imperatori d’Oriente Zenone (475) e Giustiniano (527-565) e i re d’Italia Odoacre e Teodorico (489-526) e il governo di Narsete (553 -568). Gregorio riferisce che Equizio aveva fondato il suo monastero dedicandone l’oratorio al Santo Martire Lorenzo, ucciso per la fede a Roma nel 258. Da ciò si può con certezza comprendere che la chiesa e il monastero fossero proprio in località Marruci e che il centro della sua opera fosse tutto il comprensorio di Pizzoli. Gregorio narra anche di una visita al Santo da parte di un delegato papale, che doveva redarguirlo circa la sua predicazione, dato che Equizio non era sacerdote, quindi non poteva predicare. Quando il delegato conobbe il Santo, però, non poté rimproverarlo, poiché fu raggiunto da un messaggero del papa che gli portava l’ordine di lasciare in pace l’abate, poiché il papa stesso era stato rimproverato in una visione per aver importunato il sant’uomo. Di importanza rilevante risulta essere il passo in cui il delegato papale, entrando in monastero, trova dei monaci nello scriptorium. Questo fa supporre che nel monastero di Equizio si facesse attività di copiatura e preservazione del sapere, attraverso le figure degli amanuensi. Equizio svolgeva anche l’attività di evangelizzatore delle genti, come dimostra il richiamo da Roma. Tale attività era svolta fuori delle mura del monastero, nei campi. Gregorio scrive che il Santo, confuso tra i contadini e vestito come uno di loro, intento ai lavori dei campi, portava sulle spalle, in due bisacce, i libri sacri e dovunque arrivava “apriva la fontana delle Scritture e irrigava i prati delle menti”. Nell’operare di Equizio risulta singolare inoltre il fatto che egli, a differenza di Benedetto, fosse abate anche di comunità femminili. Questa singolare novità è spiegata sempre da Gregorio nei Dialoghi: nell’età giovanile, Equizio per combattere la tentazione della carne si era dedicato a una assidua preghiera. Chiedendo a Dio la forza di superare le tentazioni della carne, una notte alla presenza di un angelo fu esaudito nella fondamentale battaglia; da quel momento non provò più stimolo carnale. Confidando dunque in questa grazia che gli veniva da Dio cominciò a organizzare anche monasteri femminili come faceva per quelli maschili. Tuttavia non cessava di ammonire i suoi discepoli onde non credessero con il suo esempio che fosse facile anche per loro acquisire una virtù poiché non l’avevano ricevuta. Il monaco Equizio, fu padre fondatore e coordinatore di numerosi monasteri nell’area della Sabina e della Valle dell’Aterno, tanto che Gregorio lo ricorda come ‘multorum monasteriorum pater; rivestì l’importante ruolo di precursore e ispiratore del movimento monastico italico, la cui regola, fondata su alcuni punti basilari come la preghiera, la lettura della Scrittura, la mortificazione, il lavoro manuale e intellettuale e l’evangelizzazione, sarà in gran parte ripresa e canonizzata da san Benedetto da Norcia. Nel territorio aquilano, privilegiato dalla predicazione equiziana, molte sono state le chiese edificate dai monaci dell’antico ordine. Oltre a San Lorenzo, sono di schietta fondazione equiziana l’Abbazia di S. Benedetto e la Grancia di S. Severo in Arischia, la chiesa di S. Maria Assunta in Assergi e molto probabilmente Santo Stefano a Monte di Pizzoli. I monaci equiziani si diffusero poi in tutto il centro Italia e alcuni di essi arrivarono fino in Puglia e più precisamente a Noci. Nelle straordinarie pagine dei Dialoghi di Gregorio Magno, scritti alla fine del VI secolo, quando ancora era vivo il ricordo del santo, trasmesso al pontefice da testimoni diretti e veritieri, quando si narra di Equizio, si parla di un uomo santo. L’unica dimensione paesaggistico-geografica presente nella narrazione è quella rurale. Ma forse è piuttosto il caso di dire che il paesaggio diviene parte costitutiva della individualità di Equizio, strumento e oggetto della sua santità. Equizio, abate, coordinatore di monasteri, maestro di vita, ispiratore di regole monastiche, è soprattutto colui che taglia il fieno nella valle sotto il monastero e non si distoglie dal lavoro neanche di fronte a un richiamo dell’autorità ecclesiastica; colui che va predicando a cavallo di una giumenta, su una sella di pelli, vestito rozzamente, con i sacri codici racchiusi in due sacche. Equizio rappresenta dunque una forma di vita religiosa, anzi di santità certamente nuova rispetto ai modelli agiografici e per questo anche sospetta , come provano gli episodi della sua vita sopra accennati ma accettata e sancita attraverso l’assunzione nell’opera del grande pontefice Gregorio. Circa il lavoro, è peculiare in Equizio la componente della fatica comunitaria dei monaci in mezzo ai contadini, senza possedere, come sarà per i Benedettini, un proprio fondo autonomo legato al monastero. Era questo un modo nuovo dievangelizzare, condividendo le sorti dei villici che, ancora nel VI secolo, erano legati alla terra e tenuti in stato di schiavitù. Notevole era il lavoro intellettuale, come si deduce dalla presenza di uno scriptorium con relativi copisti, nel monastero pizzolano di S. Lorenzo, in cui viveva Equizio. La sua evangelizzazione, già efficace per la condivisione nel lavoro dei campi, era messa in opera con il sussidio delle Sacre Scritture che portava sempre con sé, mediante una specifica predicazione, secondo un mandato ricevuto dal cielo, una circostanza questa che gli procurò la singolare persecuzione dagli organi ufficiale della Chiesa, forse negli anni 535-536, sotto il pontificato di Agapito I . Riferisce al riguardo S. Gregorio Magno nei suoi Dialoghi: «La sua ardentissima passione era quella di ricondurre le anime a Dio, tanto che, mentre portava le responsabilità di più monasteri, indefessamente si recava da una chiesa all’altra, da una borgata all’altra, da un villaggio all’altro, persino nelle case dei fedeli, ovunque insomma, per infiammare il cuore di chi lo ascoltava all’amore della patria celeste (…)» Alla morte dell’abate, la sua fama si diffonde in tutti i territori vicini, i suoi monaci si espandono, anche seguendo le vie della transumanza, e il culto del Santo, dalla sua tomba nella chiesa di Marruci di Pizzoli si irradia ad un territorio piuttosto ampio. Il monastero subì una distruzione da parte dei longobardi poco dopo la morte di Equizio. Questa distruzione non comportò però la profanazione della tomba del santo, tanto che negli anni successivi fu oggetto di adorazione e di pellegrinaggio fino a quando con il passare delle generazioni quel ricordo sbiadì sino ad attenuarsi. Dovettero passare nove secoli perché il mondo si ricordasse di Equizio: con la fondazione della città di Aquila, nel 1254 e con il trasferimento della diocesi da Forcona alla nuova città, sorge l’esigenza di porre il nuovo centro urbano sotto la celeste protezione dei Santi. Tutti i castelli del circondario costruiscono la loro chiesa in città e tra essi compare anche Pizzoli, che costruisce una grande chiesa appena dentro la cerchia delle mura cittadine. La Chiesa viene dedicata a San Lorenzo, patrono principale del territorio pizzolano e soprattutto protettore del monastero di Equizio. L’11 agosto 1461, le reliquie di Sant’Equizio vennero traslate solennemente in città, nella suddetta chiesa di San Lorenzo, oggi della Laurentina, e il Santo Equizio venne proclamato compatrono dell’Aquila, effigiato nel suo stendardo ufficiale insieme a San Massimo e San Pietro Celestino e San Bernardino. Da allora, per un particolare disegno divino, il Santo monaco Equizio si troverà a vivere in prima persona, come da sfollato, i disastrosi terremoti del 1703, del 1915 e del 2009 che colpirono duramente la città dell’Aquila. Con il terremoto del 1703 la chiesa dei pizzolani in città, come numerosi altri edifici, risultò fortemente danneggiata e, poiché i Gesuiti avevano lasciato la chiesa di Santa Margherita della Forcella a causa della temporanea soppressione del loro ordine nel 1773, la parrocchia di San Lorenzo venne trasferita nella chiesa dei Gesuiti. Insieme alla parrocchia, nel 1785, vennero trasferite anche le reliquie di Sant’Equizio, che vennero collocate in un bellissimo mausoleo marmoreo, con un’urna coperta da una espressiva tavola dipinta che rappresenta il Santo in atto di sorreggere e sollevare al cielo, con entrambe le mani, la città dell’Aquila cinta di mura, rappresentata dal Palazzo di città, il Palazzetto dei Nobili e la chiesa di S. Margherita, in pratica il cuore pulsante del centro storico. Col passare dei secoli il culto per Equizio è andato sempre più affievolendosi, tanto che in città solo pochi anziani ricordano le sue feste, il 7 marzo e l’11 agosto, e le sacre spoglie giacciono oramai avvolte dall’oblio nella tomba che tre secoli prima gli aquilani hanno innalzato per rendere onore all’abate di Amiterno. Nel 1915 in seguito al terremoto che distrusse la Marsica, il Santo si trova ancora una volta a subirne i disagi: la chiesa di S. Margherita, che era diventata sede della parrocchia di San Lorenzo, dichiarata inagibile per i danni del sisma, viene adibita a deposito. Nel 1927, con il ritorno dei Gesuiti in città, la chiesa viene riaperta e restituita alla pratica devozionale ma il culto di sant’Equizio era ormai dimenticato. Nell’agosto del 2008, i Gesuiti abbandonano per l’ennesima volta l’Aquila e la Chiesa di S. Margherita torna in possesso della Diocesi. Il Santo patrono dell’Aquila riposa nel suo solito sepolcro marmoreo della seconda cappella di destra, guardando l’altare maggiore della chiesa di Santa Margherita fino all’aprile del 2009 quando l’ultimo terremoto distruttivo compromette seriamente la stabilità della chiesa che ospita il sepolcro del Santo; le sue spoglie abbandonano la città dell’Aquila per far ritorno nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo in Marruci di Pizzoli dove il Santo pregò, operò miracoli e fu sepolto quindici secoli or sono. Come si è detto, tutte le notizie relative alla vita e all’attività di Equizio sono desunte in larghissima parte dai Dialoghi di papa Gregorio Magno. Su quest’opera, però, più di uno storico, negli anni, ha sollevato forti dubbi di attendibilità, legati soprattutto a tre ordini di fattori: i Dialoghi costituiscono un’opera di secondaria importanza, concepita quasi come “divertimento religioso” da parte di Gregorio che finisce per raccontare cose a cui nemmeno lui crede fino in fondo; i fatti di cui si parla nell’opera, essendo legati a miracoli, non possono essere accettati come fatti storici; la differenza dello stile nella scrittura dei 4 libri lascia supporre, come fortemente ipotizzato dal critico Francis Clark, la non appartenenza di tutte le pagine allo stesso autore. Lo scritto gregoriano, per Clark, è riconducibile alla compilazione di un anonimo falsario che avrebbe messo insieme rozzi racconti scritti da lui e brani gregoriani autentici provenienti dagli archivi papali. La lettura dei Dialoghi di Gregorio è questione tuttora aperta e ampiamente dibattuta il cui valore e, perché no, il suo fascino, immutato nei secoli, è dovuto proprio al legame tra storia e immaginario dove quest’ultimo è un immaginario religioso biblico e cristiano.
Carlo Maria d’Este
(Centro reg.le Beni Culturali)

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