STORIA DEL TERRITORIO

pizzolibassaPIZZOLI

Pizzoli è un comune italiano della provincia dell’Aquila in Abruzzo. Fa parte della comunità montana Amiternina, parte del territorio rientra nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. E’ situato ad un’altitudine di 740 m s.l.m., conta 4063 residenti ed è il comune più popoloso dell’Alto Aterno. Il comune di Pizzoli, comprende l’abitato propriamente detto PIZZOLI con i seguenti rioni: Villa Re (Caerè), Villa Perilli (Caepiriglju), Villa Toppo (Caetoppu), Villa Ospedale (La Illa), Castellina (Castillina), Villa S.Pietro (Santu Petri) e Villa Mazza (Caemazza); MARRUCI, anch’esso con i suoi rioni Vallicella, Colle, Santa Maria, Frattale, Collemusino, San Lorenzo; CAVALLARI e CERMONE. Le origini del Paese sono antiche, sorge infatti vicino ai resti della antica città romana di Amiternum e probabilmente ne era un sobborgo, come hanno dimostrato molte scoperte epigrafe.

78STEMMA COMUNE DI PIZZOLI: D’azzurro a due triangoli d’oro rovesciati uno sopra l’altro e accostati da 2 stelle (8) dello stesso; nascente dalla punta un monte (3) d’argento. Ornamenti esteriori del Comune. D.P.R. del 18 febbraio 1976

GONFALONE: drappo giallo riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dello stemma comunale con la iscrizione centrata in argento COMUNE DI PIZZOLI.

Evoluzione storica della denominazione
Dalle fonti cartacee, la zona risulta densamente abitata in età altomedievale: vi sono ubicate, le località di Ragiolum (Raiolo) e Marruce (Marruci), con un’alta popolosità e una notevole estensione fondiaria, come è riportato nelle memorie di Farfa. Marruce e Ragiolum compaiono per la prima volta nell’elenco dei servi farfensi di Chron. I, 258 ss. (fine VIII-inizio IX secolo), donde risulta che a Marruce e Ragiolum Farfa possedeva 145 servi cum substantiis. Tale popolosità ed estensione fondiaria può giustificare la successiva fondazione del Castrum Piczoli. Il toponomio Triticum/tritica (compare la prima volta in LL I,d. 107 del 938 come vocabulum di Marruce). La prima menzione storica che troviamo è “Castrum Piczoli” nel Catalogus Baronum registro delle signorie fondiarie dell’Italia meridionale, redatto sotto Guglielmo II (a. 1154 -1168) quale feudo di Gentile Vetulo. Pizzolum nella tassazione imposta da Ponzio di Villanova (1269). Come quota della sovvenzione generale del 17 dicembre dal 1269 imposta da Carlo I d’ Angiò ad Aquila e contado per la costruzione della città, Pizzoli fu tassata per 15 once d’oro. Piczolum nel Diplama di Carlo II (1294). Piczolum nella Tassazione di Ladislao (1409). Piczolo in Lodovico Antonio Muratori in Antiquitates Italicae medii aevi sive dissertaziones Pag. 737 (1423).  La terra di pizzoli nel 1423 fu oggetto di conquista da parte del capitano di ventura Braccio da Montone. Nel censimento dell’anno 1508 delle famiglie (fuochi) per i 185 centri abitati del contado dell’Aquila, Pizzoli rimaneva uno dei 48 castelli (castra). Pizzulo in Cirillo Annali 21 (1570). Castra Pizzoli in villa mercati con 11 ville, nella numerazione del (1508). Pizzoli infeudazione (1533). Con la venuta degli Spagnoli, Pizzoli fu feudo dei Marchesi De Torres dal 1572 fino al primo decennio del 1800. Università di Pizzoli, (1807) composta da 14 ville ripartite nelle due suddivisioni di Raiolo e Marruci, con il territorio del castello diruto di Vio acquistato nel 1754 da L’Aquila, (Provincia dell’Aquila – Marchesato Torres). Dal 1807 al 1811 Governo di Pizzoli, (Provincia e Distretto dell’Aquila). Dal 18/03/1861 sua costituzione, ad oggi, Comune di Pizzoli (Abruzzo Ulteriore II), provincia e Distretto/Circondario (Aquila degli Abruzzi), capoluogo di Circondario/Mandamento fino al 1927. Nel 1811 incorpora S. Vittorino e Forcella. Nel 1820 cede Forcella a Preturo. Nel 1927 cede S. Vittorino all’Aquila (Il podestà fece affiggere, il 5 settembre 1927, il manifesto che annunciava agli aquilani la modifica del territorio comunale con l’annessione di Arischia, Bagno, Camarda, Lucoli, Paganica, Preturo, Roio, Sassa e la frazione San Vittorino del Comune di Pizzoli).

La storia del territorio (AMITERNUM)
5La valle superiore dell’Aterno fu sede primitiva dei Sabini e la città più importante fu Amiternum che da modesto villaggio divenne, per la sua posizione, centro amministrativo di una vasta area, comprendente molti altri villaggi, tra i quali gli attuali centri di Scoppito, Pizzoli e Preturo. Nel 293 a.C. Amiternum fu occupata dai Romani e nel 290 a.C., al termine delle guerre sannitiche, l’intera Sabina e la zona cismontana dei Vestini entrarono a far parte dello stato romano. In età Agustea (27 a.C.) Amiternum divenne fiorente municipio, inserito nella IV Regione (Sabina et Samnium) che corrispondeva all’attuale Abruzzo e Molise. Un recente studio ha messo in evidenza che Amiternum ha avuto una infrastruttura urbana altamente sviluppata, aveva solo un piccolo numero di case, per lo più era ricca di domus. Sembrerebbe che Amiternum non erà una città romana convenzionale, ma piuttosto un importante centro regionale per la popolazione che vi viveva. La città controllava un territorio di C. 50 km2 che si estendeva su una superficie approssimativamente triangolare tra le moderne città di Pizzoli, L’Aquila e Civitatomassa. Il fondovalle, che si trova ad un’altitudine media di 650 m slm, è terreno agricolo fertile, ma la produttività è limitata a causa delle condizioni climatiche. All’interno del territorio di Amiternum vi erano insediamenti indipendenti, il più significativo dei quali è stato il vicus di Foruli (Civitatomassa) a sud-ovest.  Altri vici erano Preturo, Coppito, Cavallari e Pettino (antica Pitinum), che giacciono in gran parte sepolti sotto gli insediamenti moderni. In epoca romana la valle era densamente popolata con aziende agricole e ville. Amiternum occupava una posizione strategica nella parte più stretta della tomaia valle dell’Aterno, nei pressi del moderno villaggio di San Vittorino. Sembra che la prima fase delL’abitato si sviluppò su un altopiano facilmente difendibile, 50-80 metri sopra il fondovalle, sul sito del villaggio moderno. Nel corso della tarda repubblica Amiternum, si trasferì a valle a ovest del sito originale. Gli unici resti dell’insediamento oggi visibili sono il teatro, l’anfiteatro e una domus vicina. Fin dai primi tempi la valle dell’Aterno è stata un percorso importante per il traffico tra le coste tirreniche e adriatiche. Per facilitare questo traffico, diverse strade furono costruite dopo la conquista romana nel 300 aC. La più antica strada attraverso la zona erà la via Caecilia, che in linea retta attraversava la valle dell’Aterno superiore tra Foruli e Amiternum fornendo un’importante linea di comunicazione tra Roma e Hadria. Il tracciato della strada è noto grazie ai lavori di manutenzione nella zona e il percorso è abbastanza chiaro da seguire in alcuni punti. La strada non passa attraverso l’insediamento collinare di Amiternum, ma invece corre lungo il fondovalle a circa 1 km a ovest, prendendo la via più diretta da Foruli al Passo delle Capanelle.

9Con l’avvento del principato si apri un periodo di prosperità: Amiternum superò i 15.000 abitanti (solo i cittadini liberi, senza tener conto degli schiavi); a questo periodo risalgono gli interventi edilizi più significativi, quali la costruzione del teatro e dell’anfiteatro. Le città della valle dell’Aterno avevano raggiunto una grande ricchezza fondata soprattutto sull’allevamento del bestiame che poteva ricorrere sempre più e con più sicurezza alla pratica della transumanza grazie anche a precise leggi di Roma che legavano l’Abruzzo alle terre pugliesi. Sono gli anni in cui Sant’Equizio predicò la regola anacoretica soprattutto nell’antica provincia Valeria (che oltre L’Aquila comprendeva significativamente Tivoli, Norcia e Rieti). Dopo la vittoria di Giustiniano (imperatore di Bisanzio) sui Goti, l’Italia passò sotto il dominio dei Bizantini. Nel 554 i territori di Amiternum, Aveia e Forcona furono sottoposti all’autorità civile e militare dell’esarca di Ravenna. Fu un periodo di privazioni e sofferenze per la popolazione amiternina che subiva un esasperato fiscalismo dai funzionari bizantini. Pochi anni dopo, tra il 571 ed il 574, i Longobardi arrivarono in queste terre e saccheggiarono e distrussero i villaggi. Amiternum e Forcona furono compresi nel Ducato di Spoleto, il cui territorio arrivava fino al fiume Pescara. La successiva occupazione carolingia nel 774 confermò la divisione della regione abruzzese: il fiume Pescara segnò il confine tra il regno dei Franchi ed il Ducato di Benevento, separando le montagne abruzzesi dal loro entroterra economico, il tavoliere delle Puglie. In questo periodo di rovina non si hanno notizie relative ad Amiternum fino ad arrivare agli anni 970-974 quando in queste contrade venne l’imperatore Ottone I accompagnato da Teodorico vescovo di Metez per raccogliere reliquie di santi: ai loro occhi si presentò uno spettacolo di desolazione e di distruzione dell’antica città. Durante l’occupazione franca lentamente cominciò la ripresa economica, sociale e culturale dell’Abruzzo determinata soprattutto dal sorgere, ai suoi confini occidentali e meridionali, di grandi abbazie benedettine: Farfa, Subiaco, Fossanova, Montecassino. L’espansione benedettina, iniziata nell’ VIII secolo, raggiunse la sua massima diffusione nei secoli XI-XIII, con più di 300 centri cenobitici (abbazie, priorati e celle dipendenti). Fu proprio l’abbazia di Farfa che intorno alla metà del X secolo cominciò a bonificare i territori amiternini. Nelle memorie di Farfa, si hanno abbondanti ricordi dei beni posseduti dalla Badia nel comitato di Amiterno, questi potrebbero aiutarci a comprendere la topografia del territorio pizzolano. Secondo il Chronicon Farfense (Pag. 372) verso l‘anno 859 l’abate Perto affitta dei beni al prete Oldeprando: “in territorio Amiterno ubi dicitur campus de Asinino infra ipsam civitatem et ad ponticellum”. Lo stesso abate concesse in territorio Amiterno “ubi dicitur Marruce duas petias modiorum quorum et aliam petiam. sex ad dandam in Curte nostra de Lauriano”. Segue poi il computo dei possessi distratti da altri alla Badia nello stesso territorio: “in S. Xisto… In Castello Sassa… in Terea… in Marruce…. In Canali… in Ragiolo” (p. 423-428). Nell’anno 981 l’abate Giovanni comperò: “in territorio Amiterno ad S. Petrum in Corvio… Fines eorum rivus Derentanus quomodo pergit in Villa de Ragiolo et via de Ompligiano et Collis de Baliano et Monumenta de Clesurolo et monte super Marruce” (pag. 483). Alla fine del IX secolo, i Saraceni, con le loro violente incursioni, distrussero monasteri e villaggi e completarono la desolazione delle nostre terre. Quest’esperienza portò gli abitanti della valle e dei borghi sparsi per la campagna a difendersi, rifugiandosi in luoghi elevati e fortificati, i castelli. I Normanni nel 1130 riunirono i possedimenti continentali e la neo occupata Sicilia sotto lo scettro di Ruggero II che fu incoronato re di Sicilia e di Puglia, dando origine ad un regno feudale che assumerà in seguito la denominazione di Regno di Napoli. Dal 1140 al 1143 Anfuso, figlio di Ruggero II, completò la conquista dell’Abruzzo appenninico, che fu annesso al regno di Sicilia. Difficile stabilire l’ampiezza e l’importanza che poté avere Pizzoli nel contesto amiternino, sta di fatto che in epoca normanna fu incastellato. Nel 1185 Castrum Piczolum (Pizzoli) insieme a Pescorocchiano, Castiglione di Tornimparte, Amiterno, Vigliano, Rocca di Corno e Sassa è feudo di Gentilis Vitulus. Con la ricompattazione delle terre amiternine gli altopiani abruzzesi furono riuniti al Tavoliere delle Puglie e riprese l’economia e la transumanza verso il sud e verso l’agro romano. E’ del 1172 l’assise di Guglielmo II che regola la transumanza. Nasce in questo contesto l’idea di una grande città.

LA NUOVA CITTA’
4La fondazione della città di L’Aquila fu programmata dall’imperatore Federico II di Svevia intorno al 1245, ma certamente il maggiore impulso costruttivo si ebbe sotto il regno di Corrado IV che nel 1253, un anno prima della sua morte, la realizzò quasi completamente. Gli esecutori del programma federiciano furono gli abitanti dei castelli della conca aquilana, 99 secondo la tradizione, che vollero confederarsi in un unico grande centro. La città ebbe un’organizzazione autonoma, con un podestà ed un consiglio, ed assunse una tale importanza politico-militare che il pontefice Alessandro IV, nel 1257 trasferì l’antica sede vescovile da Forcona all’Aquila, edificando la chiesa dei S.S. Massimo e Giorgio (futura cattedrale). Pizzoli concorse cospicuamente alla fondazione della città dell’Aquila, stabilendo locale nel quarto di San Pietro (Arischia, Barete, Cagnano, Cansatessa, Cascina, Zona Colle Pretara, Collebrincioni, Coppito, Forcella, Pettino, Pile, Pizzoli, Preturo, Pozza, Santanza, Santa Barbara, S. Marco, S. Vittorino). Aprì propria porta, nella zona nord occidentale della città e costruì un’ampia chiesa ora scomparsa con il titolo di San Lorenzo, naturalmente con il medesimo titolo di quella che sorgeva nella villa di Marruci e che era di rilevante prestigio perché custodiva il corpo di Sant’ Equizio le cui spoglie nel 1461 furono trasferite nella chiesa di San Lorenzo in L’Aquila. Gli abitanti di Pizzoli, ricostruirono dentro la città, la loro comunità e divennero cittadini aquilani, senza rinunciare alla cittadinanza del villaggio d’origine. Pertanto la comunità dentro la città e i castelli fuori costituirono una realtà sola ed il nome Aquila indicava la città e tutto il territorio. Fino al 1280, Carlo d’Angiò cercò di mantenere un certo equilibrio tra il vecchio sistema feudale e la nuova città. La crescita del contado di Pizzoli sia intus che extra si può desumere dal Catastum confectum tempore Regis Ladislar dove si legge: Pizzolum habet focus 177 e paga 750 grana e mezza. E’ il castrum più grande del quartiere. Basterà pensare che San Vittorino ha 65 fuochi, Coppito 65, Forcella 24, Porcinari 27, Chiarino 17. Questa esplosione economica dovette scaturire dal fatto che il Castrum Pizzoli sviluppò l’attività dell’allevamento e della transumanza. Anche ecclesialmente Pizzoli rivendicò una sua autonomia. A distanza di due anni dalla fondazione dell’Aquila, ovvero nel 1256, vi fu la traslazione della diocesi di Forcona all’Aquila e con l’occasione si riaggregarono alla diocesi aquilana le chiese dell’ex diocesi amiternina unite da almeno tre secoli alla diocesi di Rieti. Le richieste dei prelati amiternini sono elencate in un capitolato che si chiude con un elenco di giurisdizioni relative alle due chiese: San Vittorino e S. Pietro di Coppito. In questo capitolato si ribadisce che San Vittorino ha diritti episcopali sui castelli: S. Vittorino, Porcinari, Rocca delle Vene, Chiarino e Pizzoli. Orbene Pizzoli si ribella subito, non vuole sottostare alla giurisdizione subepiscopale di S. Vittorino. Vengono a collidere la chiesa di S. Vittorino e le sottoposte di Pizzoli. Per dirimere la vertenza è inviato da papa Alessandro IV, Gentile Proposto di Santa Maria di Forfora. Si addiverrà a regolare convenzione e Pizzoli avrà diritto di nominare un priore che soprintenda ai propri chierici. Circa nel 1293 gli aquilani capeggiati da personaggi leggendari come Rambotto e Niccolò dell’isola, iniziarono una lotta ai feudatari con la distruzione delle loro rocche. Venuta meno ogni alternativa alla città, gli abitanti dei castelli di Pizzoli, Coppito, Barete, San Vittorino e Cagnano si inurbarono e iniziò per loro una vita cittadina. Molti castelli invece rimasero completamente autonomi, come Barile, Ocre, Fontecchio, Fossa, Monticchio ed i castelli dell’Altopianoo delle Rocche. I Pizzolani forti della loro economia ripresero con fervore la vita nella città svolgendovi attività cospicua, tanto che essi saranno presenti in tutte le cariche più importanti nel comune. E ci piace ricordare per incidens che nella più antica verbalizzazione di un’elezione di Consules artis argenti pro sex mensibus risalente al giugno del 1476 vediamo eletto un Rentius Antonelli de Piczulo. Nel 1564 questo comune e quello di Arischia fanno elezione di periti per determinare i confini dei loro rispettivi tenimenti. I confini di questo comune con quello di Barete sono descritti in un documento stipulato nell’anno 1580. Al tempo di Carlo V fu questa terra numerata per quattrocentocinquanta fuochi e nel 1595 per quattrocento quarantuno, nella nuova situazione del Regno di Napoli nel 1648 per cinquecento trentanove e nel 1802 per tremila anime.

LA DENOMINAZIONE SPAGNOLA (Castello Dragonetti De Torres)
castelloNell’infeudamento dei castelli del 1529 quando arrivò all’Aquila Filiberto d’Orange, generale di Carlo V e viceré di Napoli, i castelli furono ceduti, a pagamento, prima ad ufficiali spagnoli, poi a mercanti aquilani trasformatisi in baroni e a grandi famiglie romane. Pizzoli fu assegnato in feudo allo spagnolo Capitan Francisco Aldonas dal quale passò, nel 1537, a Giovanni de Felici che lo cedette, nel 1539, al marchese Pietro Gonzales de Mendoza. Dopo ulteriori passaggi fu annesso ai domini feudali di Ferdinando De Torres alla cui famiglia apparteneva il cardinale Cosimo de Torres che, nel 1622, fece costruire dall’architetto Pietro Larbitro l’imponente ed elegante castello che domina l’abitato di Pizzoli. 2Già l’abate Giovan Battista Pacichelli nel 1693 si esprimeva chiaramente in proposito: “Dopo sei miglia fei colazione a Pizzoli, ma alla taverna, restando eminente con sontuoso palazzo in diversi quarti, torri scale fuori e bel prospetto all’idea di Roma, la terra con più casali del Marchese de Torres”. Due secoli dopo Angelo Signorini nel 1869 descriveva così il Palazzo: “Cosmo[…] fe’ costruire, o meglio rimodernare, dall’architetto Pietro Larbitro […] un Palagio dominatore de’minori edifici, vera abitazione di un principe della Chiesa. È desso di molte e ben adorne stanze provveduto, imponente sala e splendidissima, pregiati dipinti, studiati serici arazzi e quanto potè fare aperto l’opulenza ed il buon gusto dell’Eminentissimo che lo edificò” La sua collocazione nella parte orograficamente più elevata dell’abitato al limitare della cinta muraria rimanda a funzioni difensive, ma l’acquisizione da parte della famiglia De Torres a fine Cinquecento rese urbanisticamente il castello l’arrivo di un percorso lungo cui sono posizionate due chiese dalla particolare pianta ottagonale, di cui l’ultima delle due, può a ben diritto considerarsi ‘chiesa di castello’ per il suo posizionarsi sull’ultimo slargo fronteggiante la costruzione. La posizione militarmente strategica di Pizzoli e nel cuore del versante amiternino ricco di pascoli rese la località uno dei centri trainanti la ripresa economica dell’intero contado e della città tanto che Filippo II investì del titolo Marchesale Ferrante De Torres che si insediò a Pizzoli con la prima moglie, la nobildonna romana Cinthya Petroniy. Ferrante, Giovanni e Ludovico I De Torres giunsero a Roma sotto il pontificato di Paolo III al seguito di Carlo V avviando le fortune della famiglia sulla scena romana e pontificia, testimoniate dagli epitaffi marmorei che arricchiscono la prima cappella familiare acquisita in Santa Caterina dei Funari; di provata fede spagnola affiancarono i Farnese in accorte politiche di mediazione che li portarono fino a L’Aquila dove Giovanni era tra i favoriti della corte di Margherita.
Il Castello di Pizzoli, sebbene ad una prima osservazione risulti struttura militare difensiva, in realtà mantiene ben salda la sua vocazione di residenza simbolica neofeudale della seconda metà del Cinquecento: la sua torre medievale (rimaneggiata nella parte sommitale e annessa con un raccordo murario al vano scala divenendo perno visivo e di articolazione spaziale dell’intera massa architettonica del complesso) e la planimetria a T (risultante dall’inglobare il costruito medievale nelle nuove fabbriche moderne) risultano evidenti simboli del potere familiare sul territorio grazie alla voluta coincidenza con il cognome. Nessun feudatario del contado aquilano fino ad allora aveva messo in atto una così accorta rappresentazione del proprio ruolo e potere come fu per i De Torres. All’insediamento corrispose l’avvio della fabbrica del Castello come testimonia l’inedito contratto rinvenuto del 24 maggio 1572 in cui il mastro muratore Michele de Zoccolis di Pizzoli viene pagato per nome e per conto di Ludovico De Torres tramite il banco romano di Giulio Boschi dall’aquilano Equizio Vetusti perl’ ‘ammandimento’ (cioè la copertura) del Castello di Pizzoli, identificabile con la copertura della torre ed il relativo raccordo la vano scala centrale di cui parla Robotti; il 20 luglio 1574 Don Ferrante de Torres pagò ad Alfonso Sancio Marchese di Grottole a Napoli presso la Regia Corte 27 ducati e dieci carlini a saldo di 17 pezzi di marmo ‘che si ritrovarono in una casetta vicino il Castello dell’Aquila vendutili per servizio d’una fontana’. Evidentemente si era già alle rifiniture. Il Castello De Torres con i resti dell’antica cinta muraria nella parte basamentale del prospetto posteriore lasciati a vista e il prospetto principale dominato dalla scenografica doppia rampa di scale, dall’imponente portale lapideo con stipiti ed arco a tutto sesto bugnati, finestra in asse ed un sontuoso fastigio decorativo a sormontarli rimanda inevitabilmente alla fabbrica farnesiana di Caprarola.

L’ARCHITETTURA DELLE CHIESE DI PIZZOLI
Anche se l’architettura urbana di Pizzoli ha subito notevoli modificazioni nel corso dei secoli, rimangono ancora particolari architettonici quattro cinquecenteschi inseriti nelle nuove costruzioni. Attualmente il centro è caratterizzato da un’edilizia minuta in cui emergono grossi complessi sei-settecenteschi: palazzo Mascetti, palazzo Cappelli-Zecca, il vecchio palazzo del municipio e villa Giorgi di fine ottocento con “parterres” uno dei rari esempi in Abruzzo. La presenza di giardini e ville nel centro urbano è un fenomeno che continua nelle nuove realizzazioni. Testimonianze di ricostruzione e modifiche settecentesche le ritroviamo in particolare nella chiesa della Madonna del Carmine, già S. san pietroPietro, situata in villa San Pietro che fu rimpicciolita alle condizioni attuali ma di cui è leggibile l’antica ampiezza. Si ha notizia di una chiesa dedicata a S. Pietro già nel 1297 in occasione di un contratto dove si numeravano i chierici delle chiese di Pizzoli. All’estremità superiore del paese sorge la chiesa di Santo Stefano a monte la cui struttura risale al XIII secolo, situata in un luogo strategico e molto panoramico, è prospiciente al castello Dragonetti – De Torres. La chiesa presenta facciata quadrangolare tutta in pietra calcarea squadrata, con portale cinquecentesco archivoltato e sullo stesso asse una finestra circolare. Di estrema originalità risulta il tozzo campanile agganciato sul lato sinistro della facciata, a destra invece si nota l’ex convento. L’interno della chiesa di forma rettangolare, a navata unica, è di notevole ampiezza, con copertura a capriata e terminante con un piccolo catino absidale. Lavori di restauro hanno riportato alla luce l’antico aspetto ed hanno reso visibili brani consistenti di affreschi databili fra il XV ed il XVII secolo. Della fase barocca rimane il retroaltare ligneo sul quale èra collocata un opera composta di sei parti raffigurante le fasi del martirio di Santo Stefano. 1Accanto alla chiesa sorge il castello Dragonetti – De Torres nel luogo detto la “Castillina”, questo toponomio segnala l’antica esistenza di un recinto fortificato con torre pentagonale di epoca normanna, usato per il ricovero delle greggi e come rifugio per la popolazione in caso di pericolo. Nel seicento la torre fu inglobata nel palazzo castello De Torres, creando così un interessante rapporto visivo con la chiesa. L’imponente costruzione a pianta quadrata e con torri angolari fino agli 40 era perfettamente arredata, negli anni 50 divenne clinica per le malattie polmonari anche perché situato tra pini secolari. Negli anni 90 ha cambiato proprietario ed è stato sottoposto a restauro. Poco al di sopra delle due costruzioni si nota una piccola chiesa a pianta ottagonale che forma un la crocesingolare binomio con l’altra cinquecentesca, sempre a pianta ottagonale, situata nella parte bassa del paese e dedicata all’Immacolata detta volgarmente la “madonnella”. In contrada Villa Re c’è la chiesa di San Matteo risalente al XV secolo, interessanti gli affreschi dell’abside quattrocento-cinquecenteschi di buona fattura. A Marruci di Pizzoli interessante dal punto di vista storico ed artistico è la chiesa dedicata a San Lorenzo Martire che attualmente si trova all’interno del paese. Rappresenta una testimonianza storica per il legame con il cernobiarca Sant’Equizio e per la struttura architettonica composta di chiesa, campanile ed edificio annesso. La parte risalente alla fondazione è oggi identificabile con la cripta di sepoltura del santo collocata all’interno dell’attuale chiesa, che è ad unica navata con tetto a san lorenzocapriata a vista. La parte presbiterale, piuttosto ampia, lascia ipotizzare in passato l’esistenza di un coro. Dagli ultimi restauri sono stati messi in luce sulle pareti resti di affreschi di epoche diverse tra il XII ed il XVI secolo, fra questi di notevole interesse un calvario di Perrozzo da Teramo situato nella sala “equiziana” che doveva essere adibita a sala capitolare e refettorio. Questa si trova all’interno dell’edificio collegata alla chiesa e probabilmente era l’originario monastero maschile fondato dal santo. La torre campanaria ospita nelle mura frammenti romani probabilmente provenienti da Amiternum. La facciata della chiesa presenta un portale di stile settecentesco coperto da timpano semicircolare e due finestre rettangolari; sul lato destro è presente un secondo ingresso con portale abbellito da elementi scultorei lapidei cinquecenteschi. Nella parte alta di Marruci in località Vallicella si trova un piccolo edificio risalente al XIII secolo costituito da un’unica aula riccamente abbellita da pitture in cui è possibile vedere un brano di affresco cinquecentesco di scuola abruzzese popolare. La chiesetta situata ai piedi della montagna è dedicata a Sant’ Antonio Abate, segna l’inizio del tratturo che portava da Marruci al passo delle Capannelle, da qui passavano i contadini ed i pastori transumanti che si recavano verso le terre montane. La chiesa è testimonianza della vocazione agro-pastorale della popolazione pizzolana e tutt’oggi sopravvive la festa di Sant’Antonio caratterizzata dalla benedizione degli animali e dall’asta per la vendita degli zampetti. A valle del tratturo troviamo la piccola chiesa recentemente restaurata di San Silvestro nascosta nel nucleo abitativo di Vallicella. Nella frazione di Santa Maria l’omonima chiesa intitolata a Santa Maria ad Tritticum, chiesa gentilizia che deve il suo nome al luogo dove fu costruita, l’aia dove si batteva il grano (tritticum). A Cavallari, piccolo borgo del comune di Pizzoli, dove sembra che il tempo si sia fermato, sorge la piccola chiesa di stile romanico abruzzese dedicata ai santi Proto e Giacinto, risalente al XIII secolo, la facciata in pietra è animata da un rosone posto al disopra di un motivo semicircolare che sovrasta il portone. L’interno ad un’unica navata conserva tracce di affreschi di una qualche suggestione.

BIBLIOGRAFIA E FONTI:

  • C. FRANCHI, Difesa per la fedelissima città dell’Aquila contro le pretensioni de’ castelli terre e villaggi che componeano l’antico contado dell’Aquila intorno al peso della bonatenenza, Napoli 175.
  • Giulio Bosco era depositario dei pagamenti di Ludovico De Torres per la costruzione del Castello di Pizzoli effettuati per mano dell’aquilano Equizio Vetusti. I dati sono nel documento sul Castello Dragonetti. de Torres di Pizzoli (App.Doc.n?). Archivio Civico Aquilano, seg. U 97.
  • Arianna Petraccia TESI DI DOTTORATO La pittura a L’Aquila 1560-1630 Università degli Studi Roma Tre Dipartimento Studi Storico artistici  Scuola Dottorale in Culture della trasformazione della città e territorio Sez. Storia e Conservazione Dell’oggetto d’arte e architettura XXI Ciclo
  • M.MORETTI,Restauri d’Abruzzo (1966-1972) Roma 1972 p. 230-233. Frazione di Pizzoli che trae il suo nome da luogo di cambio dei Cavalli. Antico centro nel quali vennero alla luce in passato molte epigrafi e leoni funerari:,